Rapa Nui - L'Isola di Pasqua

lunedì 3 novembre 2008

 

Un'isola monito per l'umanità .
L'isola Rapa Nui si trova nell'Oceano Pacifico ed è conosciuta anche come "Isola di Pasqua". Nota per le centinaia di enormi sculture Moai che hanno alimentato per decenni la letteratura di fanta archeologia per la loro misteriosa origine. Gli indigeni vissero sull'isola in completo isolamento spaziale e temporale dal resto del mondo. Un caso più unico che raro nella storia dell'uomo. Quello su cui ci soffermiamo in questo focus non saranno comunque gli aspetti archeologici di Rapa Nui ma la sconcertante storia dell'isola ed il destino del suo popolo che si autodistrusse per non aver saputo dominare e rispettare il rapporto con l'ambiente. Un mistero ed una storia che dovrebbe essere da monito per l'intera umanità in quanto anche la terra è a tutti gli effetti una grande "isola". Ma cosa accadde realmente a Rapa Nui?


Come arrivò l'uomo sull'Isola di Pasqua?
Esistono molte ipotesi sull'origine del popolo di Rapa Nui ma la strada più accreditata resta quella polinesiana. Gli abitanti dell'isola di Pasqua si trasferirono dalla Polinesia orientale verso il 400 d.C. come punto estremo dell'espansione per mare del popolo polinesiano. Questo popolo era noto per l'abilità di costruire grandi zattere in grado di affrontare le acque dell'oceano anche per lunghe distanze. Il DNA di frammenti ossei umani ritrovato nell'isola di Pasqua è identico a quello dei popoli polesiani ed anche l'allevamento e l'agricoltura erano tipicamente quelle praticate nel Sud Est asiatico (allevamento di pollame e coltivazione delle banane, delle patate dolci e della canna da zucchero).
La colonizzazione della Polinesia iniziò dal continente asiatico come normale flusso migratorio. I futuri popoli della Polinesia colonizzarono le Filippine, l'Indonesia, la Nuova Guinea, la Micronesia, la Nuova Zelanda, la Polinesia dalle isole Tonga alle isole Cook ed infine raggiunsero le ultime isole delle Hawaii e dell'Isola di Pasqua. I Polinesiani conquistarono l'oceano spingendosi per oltre 8.000 chilometri passando di isola in isola. I loro navigatori esperti si muovevano su grandi imbarcazioni spinte solo dal vento e dalle correnti marine. Riuscirono ad orientarsi utilizzando le stelle e la migrazione degli uccelli. Ignoravano l'uso di bussole o di astrolabi ma dimostrarono con i fatti di sapersi orientare. Forse una profonda conoscenza dei venti stagionali e delle correnti marine ha consentito ai polinesiani di maturare una grande esperienza di navigazione e creare vere rotte marittime migratorie. Una cultura "marinara" che li portò a 3800 chilometri dal continente sudamericano.



L'ombelico del mondo.
L'isola di Rapa Nui era chiamata dagli indigeni anche "ombelico del mondo" ("te pito o te henua") e dal loro punto di vista avevano ragione. L'isola (120 chilometri quadrati) è infatti circondata dall'oceano distante 1850 chilometri dall'isola più vicina e 3800 dalle coste cilene. L'isola emerse dalle acque circa due milioni di anni fa per effetto delle continue eruzioni vulcaniche ed è la piccola sommità di un grande vulcano sottomarino alto 3.000 metri. La costa è tipicamente scoscesa sull'oceano salvo che per un breve tratto di spiaggia.
Venne colonizzata probabilmente dai popoli polinesiani anche se non sono ancora teoricamente escluse anche le altre ipotesi come quella di una colonizzazione proveniente dall'America latina (vedi l'ipotetica colonizzazione dall'america).
L'Isola di Pasqua è famosa nel mondo per il mistero delle centinaia di statue Moai e per il mito dell'uomo uccello. L'isola venne scoperta (si fa per dire) il 5 aprile 1722 dall'esploratore olandese Jacob Roggeveen. Era il giorno di Pasqua e Roggenveen con sorprendente originalità la chiamò "Isola di Pasqua". Gli isolani continuarono comunque a chiamarla "Rapa Nui" (gran roccia).


La storia dell'Isola di Pasqua.
Gli abitanti dell'isola di Pasqua si trasferirono dalla Polinesia orientale verso il 400 d.C. in un'isola verde ricca di alberi di alto fusto all'ombra dei quali crescevano cespugli, felci ed erba. Un vero paradiso terrestre apparve ai primi colonizzatori polinesiani. Nacque una fiorente civiltà che crebbe e si stratificò in classi sociali e clan avversari. La popolazione raggiunse al suo culmine 7.000-8.000 persone (in 120 chilometri quadrati). L'ambiente dell'isola impose ai primi colonizzatori dell'isola alcune condizioni "sine qua non": la natura scoscesa della costa impediva una normale attività di pesca su bassi fondali salvo che in poche e ristrette aree. Le acque erano inoltre troppo fredde per consentire la vita dei pesci nelle barriere coralline. L'unica forma di pesca possibile nei pressi dell'isola era quella in alto mare e la principale preda era il delfino.

L'inizio della deforestazione di Rapa Nui.
Per praticare la pesca in mare aperto furono costruite canoe di grandi dimensioni utilizzando il legno dell'albero di palma. Le corde furono invece costruite utilizzando l'albero "hau hau". L'albero "Toromiro" fu infine destinato alla produzione di legna da ardere. Il patrimonio "verde" venne sfruttato per consentire le necessarie attività di pesca ma anche per il effettuare il trasporto delle immense sculture in pietra realizzate in onore dei capi dell'isola o dei clan dominanti, i "Moai". Uno sfruttamento che andava oltre la capacità di autoriproduzione della foresta ovvero della naturale ricrescita degli alberi generata dal polline e dai semi diffusi dagli uccelli. La società si evolse rapidamente basando la propria crescita e ricchezza proprio sull'eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e la crescita demografica raggiunse il culmine proprio nel momento in cui inesorabilmente iniziarono le prime scarsità naturali.



L'esaurimento delle risorse a Rapa Nui.
L'albero di palma si estinse completamente nel 1400 d.C. Il suo legname era la materia prima per realizzare le grandi canoe indispensabili per la pesca del delfino e le grandi slitte per trasportare le immense statue Moai. Molte piante a basso fusto che crescevano sotto l'ombra dell'albero di palma fecero altrettanto e si estinsero. Anche gli altri alberi ad alto fusto divennero scarsi senza comunque estinguersi. La foresta verde che ricopriva l'isola da migliaia di anni divenne solo un lontano ricordo. Si innescò un processo naturale irreversibile.
  • Gli uccelli smisero di migrare verso l'isola "non più verde" riducendo ulteriormente l'apporto di nuovo polline e condannando la terra a diventare sempre più brulla.
  • La scomparsa degli uccelli migratori mise in crisi anche la dieta degli isolani basata anche sulla caccia degli uccelli marini. Fu l'inizio della carenza di risorse alimentari che portò un intero popolo fino al cannibalismo ed infine all'estinzione.
  • La crescita demografica aveva fatto crescere oltre misura il numero dei topi che si cibavano dei rifiuti umani ma anche delle piante. Riducendo in questo modo le ultime possibilità di nuove impollinazioni. L'isola divenne sempre più brulla.
  • La deforestazione rese i terreni aridi e brulli aumentando i periodi di siccità. Nell'isola non ci sono corsi d'acqua ma solo riserve sotterranee e la poca acqua raccolta nei crateri vulcanici.

La fine della pesca in alto mare.

La scomparsa delle foreste impedì la costruzione di nuove grandi canoe per la pesca in mare aperto, indispensabili per cacciare i delfini e trafiggerli con gli arpioni. Le grandi canoe erano costruite esclusivamente con il legno di palma e la sua scomparsa segnò anche la fine della pesca. Le poche risorse ittiche sotto costa (in particolare i molluschi) si esaurirono quasi immediatamente per la conseguente intensificazione della pesca sui bassi fondali e nel 1500 d.C. le risorse alimentari ittiche a disposizione degli abitanti dell'isola erano completamente nulle.



Nessuno comprese l'arrivo della fine.
Il disastro di Rapa Nui non avvenne in un solo momento ma lentamente ed in modo subdolo. Le carenze alimentari, i primi conflitti miltari per il controllo delle risorse, la distruzione dei primi Moai avversari, la deforestazione ed il cambiamento climatico, tutti questi eventi accaddero gradualmente senza che le persone si potessero rendere conto. L'equilibrio ecologico è infatti un meccanismo complesso e poco lineare. I suoi effetti appaiono solo quando è troppo tardi per rimediare. Se pure qualche persona si fosse resa conto del problema, quale politico dell'isola gli avrebbe prestato ascolto? Il potere nell'isola di Pasqua era gestito dai capi, dai funzionari e dai sacerdoti costantemente in lotta tra loro per la leadership politica. A chi poteva interessare un problema che in futuro avrebbe forse, e chissà, potuto sterminare le generazioni future dell'isola? Allo stesso modo non interessava ai pescatori ed agli allevatori di polli, o a quegli artigiani sempre pieni d
i lavoro per costruire nuove sculture Moai di nessuna utilità se non per celebrare il prestigio del capo del momento. Il legno era il settore strategico dell'isola. Consentiva il trasporto dei Moai e la costruzione di nuove imbarcazioni per la pesca in alto mare. Il disboscamento era gestito secondo una logica di profitto e di prestigio personale dei capi. La ricerca maniacale del prestigio si nota anche con l'ossessiva costruzione di nuovi Moai per molti secoli e anche durante la fase di decadenza. Sono stati ritrovati persino 400 Moai abbandonati prima di essere ultimati. Alcuni di questi superavano i 20 metri di altezza. Il disboscamento dell'isola fu perpetuato in modo inconsapevole. Forse persino l'ultimo albero di palma fu tagliato senza sapere che fosse l'ultimo dell'isola. L'azione della pioggia fece il resto aumentando l'erosione dei terreni che da verdi ed umidi si trasformarono in brulli ed inospitali. Quando il 5 aprile 1722 l'esploratore olandese Jacob Roggeveen scoprì l'isola trovò solo una terra arida con pochi abitanti sparsi e divisi nell'isola. Nel 1800 l'isola era ormai ridotta a poche centinaia di persone che nulla avevano a vedere con il loro glorioso passato ormai perso nelle tenebre dei ricordi. I Moai distrutti ed interrati acquisirono quell'ombra di mistero che li avvolse fino ai giorni nostri. Nemmeno gli indigeni isolani conoscevano più i motivi e le ragioni per cui furono costruiti. Le terre che un tempo erano rigogliose di alberi di palma e di fitta vegetazione verde hanno assunto il colore marrone della roccia erosa e dei terreni inospitali e brulli.


Le guerre per il controllo delle risorse.
Con la deforestazione e l'impossibilità di praticare ancora la pesca in alto mare la popolazione dell'isola si trovò dinnanzi ad una grave crisi socio-politica. Gli isolani aumentarono l'allevamento del pollame ma la situazione socio-politica era radicalmente mutata. Alle consue
te stratificazioni politiche si sostituirono quelle militari ed i clan iniziarono a combattere per contendersi quel poco che restava. Con l'inizio dei conflitti tribali fece la sua comparsa anche la pratica del cannibalismo. Fu probabilmente solo rituale ma non è escluso che col tempo si trasformò nell'unico modo possibile per assimilare proteine. Il ritrovamento di ossa umane scarnificate sembra dimostrare questa ipotesi.


Rapa Nui entrò in una lunga guerra civile.
Le centinaia di Moai erette lungo l'isola vennero di volta in volta distrutte per opera dei clan nemici. La popolazione cresciuta fino a 10.000 persone nel 1700 si ridusse in breve tempo a poche migliaia di persone a causa dei conflitti e della crescente carenza alimentare. L'instabilità politica e militare minava anche le normali attività di allevamento aggravando in questo modo il deficit alimentare. E la fine arrivò per tutti gli abitanti dell'isola di Pasqua.



Le sculture Moai nell'isola di Pasqua
Le migliaia di grandi statue in pietra che rendono oggi l'isola di Rapa Nui famosa in tutto il mondo molto probabilmente furono costruite per celebrare i capi dell'isola o lo spirito degli illustri antenati. Tutte le statue sono state erette rivolte con le spalle all'oceano per proteggere la comunità isolana dai pericoli esterni del mare (salvo poche eccezioni). Alcune statue sono poste su un basamento in pietra detto Ahu. Altre furono dotate anche di uno speciale copricapo di pietra rossa detto Pukao. Le statue hanno tutte una fronte bassa, orecchie molto lunghe ed un naso volitivo. Gli occhi erano infine resi bianchi dal tufo e dal corallo. Le orecchie lunghe erano la caratteristica della classe dominante degli "hanau eepe" (dal significato "gente dalle lunghe orecchie"). I Moai erano quindi un importante simbolo di superiorità della classe dominante nell'isola. Erano scolpiti con strumenti in pietra all'interno dell'isola in una zona a nord ovest sulle pendici del cratere di un vecchio vulcano estinto, il monte Rano Raraku. Probabilmente una zona considerata sacra, non si capirebbe altrimenti il motivo di porre la costruzione dei Moai dentro un cratere per poi compiere l'immane sforzo di trasportarli fuori. Tutti i Moai sono stati fabbricati lavorando la tenera roccia tufacea. Una volta ultimata la costruzione, i Moai erano trasportati per decine di chilometri mediante una slitta in legno fino al punto in cui dovevano essere innalzati. Alcuni Moai superano anche i dieci metri di altezza e le 80 tonnellate di peso, senza contare il peso dei copricapi Pukao o quello dei basamenti Ahu.


Come erano trasportate le statue Moai?
Nonostante le grandi dimensioni delle statue, gli autoctoni riuscivano a trasportarle per chilometri mediante l'ausilio di una slitta trascinata con lunghe corde (fabbricate tramite l'albero "hau hau"). Un sistema ingegnioso che però contribuì indirettamente all'ulteriore distruzione degli alberi di palma indispensabili per la pesca in alto mare. Come veniva innalzato il Moai? Una volta arrivata a destinazione, alla scultura Moai era applicato l'eventuale copricapo Pukao. L'enorme scultura era infine innalzata facendo leva su un sistema di tronchi aiutandosi con molte funi. Man mano che la statua era innalzata lo spazio vuoto era ricoperto da pietre per evitare che il colosso ricadesse a terra. Il processo continuava fin quando il Moai era definitivamente eretto.


L'ossessione delle sculture Moai.
La costruzione delle sculture Moai divenne una vera ossessione per i clan che si contendevano il potere assoluto dell'isola. La statua rappresentava il massimo prestigio sociale per il capo o la famiglia. A conferma della relatività di tutto ciò che è materiale, col tempo e le guerre tutte le statue furono distrutte dagli stessi indigeni ed ancora oggi è impossibile risalire a chi fossero dedicate. Nel 1100 d.C. iniziò una frenetica produzione di sculture Moai sui cui reali motivi ancora non è stata fatta luce. L'incremento della produzione ha spinto maggiormente il consumo di legname accelerando la deforestazione dell'isola e quindi l'incombere dell'aridità e delle carestie. Durante i conflitti tribali avvenuti nel 1600 d.c. per il controllo delle ultime risorse alimentari furono distrutte quasi tutte le statue Moai. I clan avversari si contesero il potere in una sorta di guerra senza vincitore, distruggendo talvolta il Moai avversario e talvolta vedendo distruggere uno dei propri Moai. Oltre alle statue distrutte durante i conflitti devono aggiungersi almeno altri 700 moai in costruzione che furono abbandonati nella cava dell'isola o per strada durante il trasporto. Gli artigiani smisero improvvisamente di lavorarle, probabilmente per fuggire da qualche nemico o dalla guerra. Non sappiamo esattamente cosa avvenne ma una cosa è certa, nessun uomo tornò più indietro per terminare i lavori. Oggi il turista può ammirare i Moai rimessi in piedi dopo il restauro. Tutte le statue Moai furono di fatto devastate e distrutte dalla stessa furia degli indigeni di Rapa Nui. Nell'isola sono oggi censiti un migliaio di Moai ma continuamente ne sono scoperti di nuovi.



Perché Rapa Nui è un monito per l'umanità?
Gli uomini che colonizzarono per primi l'isola di Pasqua (Rapa Nui) si adattarono alle sue particolari condizioni ambientali. In particolare, svilupparono una pesca di alto mare per sopperire alla scarsità di risorse ittiche nelle acque fredde dei bassi fondali. Fu creata una società ed una cultura ad hoc e lo fecero con abilità e con successo. La crescita demografica li spinse però a superare i limiti naturali di riproduzione delle foreste che distrussero inconsapevolmente. Da quelle foreste dipendeva la stessa sopravvivenza degli uomini. La parabola di quel popolo conobbe la massima ricchezza ed evoluzione proprio nel momento di massimo sfruttamento delle risorse naturali ed inesorabilmente conobbero poi la fame, la guerra e la morte.


La storia di Rapa Nui è anche la nostra storia.
La storia dell'isola di Pasqua è spaventosa e solo in parte oggi possiamo comprenderla. L'intera umanità e lo stesso pianeta in cui viviamo può essere considerato come una grande isola. L'economia globale del terzo millennio e lo sfruttamento accelerato delle risorse naturali mondiali rappresentano ai giorni nostri ciò che fecero gli abitanti dell'isola di Pasqua. Ora come allora è difficile gridare l'allarme. I capi di stato, i politici, i funzionari d'impresa sono tutti interessati più al proprio prestigio e alla ricerca della leadership politica che non al bene delle future generazioni. Tutto questo sta avvenendo oggi nel mondo senza che la maggior parte della popolazione se ne accorga o se ne interessi. Come avvenne un tempo nell'isola di Rapa Nui. Il rapido incremento demografico mondiale obbliga gli uomini a scontrarsi con la limitatezza delle risorse allo stesso modo di come accadde a Rapa Nui. Il depauperamento continuo delle stesse risorse accentua la loro scarsità e ne aumenta il valore economico e strategico. Fino al punto in cui gli uomini iniziano ad uccidere pur di controllarle. Le recenti guerre nel mondo assumono sempre più la connotazione di un grande scacchiere per il controllo delle riserve petrolifere o di altre risorse naturali scarse e strategiche. In quale punto della parabola si trova la nostra società contemporanea?

(Tratto da: http://www.ecoage.it/rapa-nui.htm)

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